Il Santo

Il Santo

Prefazione:

La prima domanda che mi è venuta in mente appena ho terminato di leggere il racconto di Daniele Ferroni è stata: cosa ha spinto un bravo fotografo a scrivere questo racconto di guerra? Ho pensato all’atmosfera pesante e irrespirabile che stiamo attraversando, la guerra in Ucraina con il pericolo dell’atomica, la striscia di Gaza e altre guerre di cui non sappiamo niente, ma non per questo meno tragiche e cruenti, che si svolgono ogni giorno in giro per il mondo. Tutto questo può senz’altro avere influito, magari inconsciamente, nel nostro autore. Oppure l’amore per la sua terra nel periodo della seconda guerra mondiale, là, sulle rive del fiume Lamone in questi ultimi tempi tragicamente esondato mettendo a dura prova la popolazione e lo stesso Daniele come in tempi di guerra se non di più. Poi ho pensato ai Canadesi. Ce n’erano molti, mi raccontava mio padre, anche a Cesenatico, brava gente che cercava di dare il meglio aiutando e spesso sfamando i miei concittadini ormai allo stremo. Il Santo era uno di loro e mi è sembrato sacrosanto cercare di tramandarne la memoria. Al di là dei motivi che possono avere spinto Daniele a scrivere, questo breve racconto mi sembra molto pulito, credibile e interessante. Penso che dovrebbe essere letto nelle scuole per trasmettere ai giovani il significato nefando della guerra e l’amore per la vita.

Stefano Simoncelli, aprile 2025

Il Santo

in viaggio verso Zurigo, giovedì 22 agosto, Kehl - Baden (Svizzera), venerdì 23 agosto - Villanova B.c, giovedì 29 agosto 2024

Di certo Marina non lo sapeva che quella casa nascondeva tante storie e fra queste quella del Santo, quando in quel lontano maggio del 1976 venne a fotografare le braccianti, intente a raccogliere fagiolini, per il suo progetto “Noi, altre. Immagini e storie di donne”. Il loro ridere e il cantare, chinate nel lavoro, riportava pace in quel luogo che aveva visto tante giovani vite spezzate dall’odio della guerra. Era il dicembre del 1944. Le truppe alleate stavano lentamente risalendo la penisola liberandola, paese dopo paese, dagli occupanti nazifascisti. In seno all’Ottava Armata Britannica, i reggimenti canadesi, si stavano facendo valere su tutto il territorio romagnolo, in particolar modo in quello compreso fra la SS 16 e la linea ferroviaria che collega Russi a Castelbolognese, nelle frazioni dei comuni di Bagnacavallo, Russi e lungo quelle linee topografiche create dal Canale Naviglio, dal fiume Lamone e da tutti i Fossi a nord e a sud degli stessi, vere e proprie trincee naturali e continui ostacoli alla loro avanzata. Quella casa colonica, la “Casa del Santo”, a quel tempo abitata dalla famiglia Andraghetti, i Sulacì, era situata a ridosso dell’argine destro del Fosso Vecchio - in Via Argine Fosso Vecchio, - che le passava da dietro a circa cinquanta metri, disegnando una piccola ansa. Tutto attorno una grande distesa di campi coltivata in larga parte a cereali, fra le frazioni di Villanova e Villa Prati, nel comune di Bagnacavallo. Le truppe canadesi avevano liberato l’abitato di Villanova nella notte fra il 10 e l’11 dicembre, attraversando il fiume Lamone sotto un intenso fuoco nemico, - circa all’altezza dell’attuale Viale Dante, - utilizzando il Ponte Bailey costruito seduta stante dai Genieri Canadesi, ma erano rimaste alcune sacche di resistenza nemica nella zona ad ovest, verso l’abitato di Bagnacavallo. Il Loyal Edmonton Regiment al quale apparteneva il lance sergeant St. Germain, detto Il Santo, era inizialmente acquartierato nell’area attorno al Palazzo San Giacomo di Russi, da dove il 12 dicembre aveva avuto ordine di trasferirsi tutto attorno all’abitato di Traversara, due compagnie lungo Via Ca’ del Vento, la C e la D e due lungo la Via Vecchia Traversara, la A e la B). Alle prime luci dell’alba del 13 dicembre, gli ufficiali, ricevettero la notizia che i reggimenti Hastings and Prince Edward e Carleton and York erano stati contrattaccati e costretti ad arretrare sull’argine destro del Canale Naviglio, dove stavano resistendo con soli pochi uomini. In questa situazione il LE venne immediatamente messo sotto al comando della Prima Brigata Canadese di Fanteria e fu fatto un piano di attacco affinché questo battaglione passasse oltre quelle postazioni per ricacciare indietro il nemico. Prima attraverso la Via Vecchia Traversara e poi per le Carraie Biondina e Vecchia Viola Graziani, attraversando per un breve tratto la Via Cogollo, le quattro compagnie inviate in soccorso, arrivarono lungo il Canale Naviglio, nel tratto compreso fra il Mulino di Villa Prati, ora casa della famiglia di Pietro Ricci e il Mulino della Viola, ora mulino Quercioli e da qui iniziarono una durissima battaglia, combattendo di casa in casa, di camera in camera. Gli scontri, dopo continui ribaltamenti di fronte ebbero una temporanea tregua, quando verso le 22.00 le compagnie A e B avevano apparentemente terminato di ripulire alcune delle case coloniche della zona, fra la Via Pozzarda e la Via Abbadesse: casa Toni, Longanesi, Ferroni e Staffe. Ma nelle aree assegnate alle compagnie C e D c’era ancora molta fanteria nemica ed alcuni carri armati. Il giorno successivo, 14 dicembre, sotto una leggera pioggia, fu chiesto ai pochi superstiti dei due reggimenti contrattaccati e delle quattro compagnie, di radunarsi e riorganizzarsi, protetti dalle pareti di alcune case, ma verso le 13.30 i nemici attaccarono nuovamente con l’ausilio di sette carri armati, fuoco di artiglieria e di mortai, oltre ad una grossa presenza di fanteria leggera, seminando il panico in tutta la zona. È in questi momenti che il Santo viene colpito. Josef Flavian St. Germain, nato nel 1916 a Dixonville nello stato dell’Alberta era un nativo canadese della tribù dei Cree, della provincia di Peace River. Primogenito di una famiglia composta da quattro sorelle e due fratelli, oltre al padre Adolphus e alla madre Marie Nancy. Operaio in una segheria. Arruolatosi il 5 aprile del 1940 nella sua città natale, era poi partito per l’addestramento in varie località della Gran Bretagna ed in particolare in Scozia, a Whitecrook dove strinse una forte amicizia con una ragazza del posto, la signorina Anderson, prima di ricevere il battesimo del fuoco in Italia, durante l’Operazione Husky - il 10 luglio 1943 nell’area attorno a Pozzallo (Rg), sulla spiaggia delle Grottelle - dove da quel giorno divenne per tutti Il Santo, anche per via dell’abbreviativo in capo al suo cognome.

Partecipò anche alla terribile battaglia di Ortona (Ch), lungo la Linea Gustav, dove i soldati canadesi versarono il più alto contributo di sangue della loro Campagna d’Italia, subendo 1375 perdite su 1665 totali fra gli alleati e dove risultò fra i più valorosi, ma quando il Maggiore James Riley Stone si complimentò con lui, questo gli rispose:”Signore, spero di morire in questa guerra che tornare in patria. Qui comando un plotone e i ragazzi mi chiamano Santo, mentre laggiù in Canada sono solo un dannato indiano, senza alcun diritto e senza neppure la possibilità di entrare in un bar a bere una birra.”

Il piccolo Romano, nonostante la vicinanza dei combattimenti e l’enorme rischio di essere colpito, stava aiutando il padre Federico a governare gli animali nella stalla. Alcuni soldati canadesi attraversato il Fosso Vecchio, per la passerella in legno, stavano prendendo una piccola pausa da quell’inferno dal quale erano momentaneamente usciti. Un paio di questi fumando, parlavano con Il Santo, cercando di capire quali potessero essere le strategie di attacco, per uscire da quella sacca nella quale erano stati costretti, dalla prepotenza del contrattacco nemico. Romano passava la brusca sul pelo lucente di Zeus, re della stalla e suo preferito, che dondolando la coda cercava di scacciare le mosche e, allo stesso tempo, osservava attraverso il corridoio il gesticolare di questi avvolti nel fumo di sigaretta, quando un sibilo, seguito da un forte scoppio, li fece scomparire alla sua vista, lasciando solo una nuvola che a spirale saliva verso il cielo, come fossero diventate due anime sospese. I canadesi erano stati scagliati ad una decina di metri dal cumulo di letame accanto al quale si trovavano, uno già privo di vita, l’altro, il Santo, svenuto e con un respiro flebile, ma con il braccio sinistro a brandelli, attaccato al resto del corpo con un piccolo lembo di pelle, la coscia dello stesso lato parzialmente amputata e una enorme ferita al fianco, lesioni che non lasciavano grandi speranze. Accorsero subito i barellieri, che prima li avvolsero in bianche lenzuola di canapa, come fossero sudari, per poi ricomporli ed adagiarli su materassi di lana presi dalla camera matrimoniale al piano superiore della casa, quella di Linda e Federico. I sanitari tamponarono alla meglio le ferite del Santo, bloccando l’emorragia al braccio con un laccio emostatico, iniettarono morfina e lo trasfusero con del plasma, mentre il cappellano militare, accorso sul posto, impartiva l’estrema unzione al suo compagno. Li caricarono in ambulanza e seguirono strade secondarie per evitare quelle principali, ancora sotto ai colpi di mortaio. Linda li seguiva zigzagando fra una buca e l’altra con l’unica bicicletta di famiglia, quella nera da uomo. Ognuno con le proprie preoccupazioni, gli autisti quella di arrivare il prima possibile, Linda quella di recuperare i suoi materassi, - regalo di matrimonio del padre, - giunsero al piccolo ospedale di Russi, all’interno della vecchia rocca, dove gli infermieri, spostando delicatamente la falda del lenzuolo dal volto, poterono solamente constatarne il decesso, annotando sulla Field medical card:”Dead on arrival”.

Effetti personali:

  • un portafoglio rosso in pelle
  • un accendino ricordo
  • una scatola in latta con fotografie personali
  • una fotocamera Kodak Petite verde
  • due rosari
  • un portachiave ricordo
  • un libro di preghiere
  • un porta sigarette
  • un coltellino
  • una matita
  • alcune istantanee

La battaglia terminò alle 2.35 del 17 dicembre, quando già cavalcava libero nelle immense praterie della sua terra nativa.