Gordon Bannerman

Sono nato in una fattoria nel sud del Saskatchwan, in Canada, il 13 settembre del 1921. I miei genitori erano scozzesi che si erano stabiliti in quel paese. Mio padre arrivò in Canada per primo nel 1905. Si arruolò volontario nel 1916 e andò oltremare a combattere per la libertà. Il babbo e la mamma si sposarono nel 1917 in Scozia e tornarono insieme in Canada nel 1919. Negli anni successivi crebbero una famiglia con cinque figli. Il babbo e la mamma non ci sono più, ma i loro cinque figli sono ancora tutti vivi.

Trascorsi una bella infanzia e all’età di 18 anni, nel 1940, mi arruolai come volontario nell’esercito. Seguì un periodo di addestramento in Canada, poi in Inghilterra e, nel 1940, il nostro reggimento e la divisione salparono per l’Italia. Arrivammo a Napoli nel 1943. Eravamo in una terra straniera, con nessuna idea a proposito della sua cultura e della sua lingua. Non c’è voluto molto per scoprire che gli Italiani erano persone calorose e amorevoli, che avevano un’alta considerazione della famiglia, anche in momenti così duri. Noi, giovani canadesi, facevamo amicizia con i bambini italiani e poi i loro genitori ci invitavano a entrare in casa. Era in queste occasioni che la famiglia ci dimostrava il suo affetto. Nel sud dell’Italia ci pareva che, generalmente, fosse la madre a tenere insieme la famiglia. Se ci offrivano da mangiare, il padre era orgoglioso di come la moglie aveva cucinato per gli ospiti e dopo cena continuava a lodare le qualità culinarie della moglie. Chiedeva poi alle figlie di cantare per noi e la moglie, in un angolo, sorrideva tutta soddisfatta per una serata riuscita e perché i Canadesi non erano dei selvaggi. Bei momenti per noi che eravamo così lontani da casa!

Trascorremmo un paio di mesi nel sud dell’Italia, poi fummo mandati a combattere nell’area di Ortona, a San Leonardo. Non incontrammo civili nella zona di San Leonardo, ma solo a Lanciano, dove andammo per lavarci e cambiare la biancheria. Venti e più soldati facevano la doccia contemporaneamente. Dopo la doccia ci fu permesso di visitare Lanciano. Il mercato dei fichi fu una buona occasione per incontrare persone che non fossero soldati. Mi feci radere e tagliare i capelli da una donna barbiere che fece un ottimo lavoro. Allora non c’erano né acqua né salviette calde. Questa fu una buona occasione per praticare il poco italiano che si conosceva. Mi chiedo se quel barbiere donna sia ancora viva?

Quando arrivammo ad Acquafondata ci rendemmo conto di come viveva la popolazione di un villaggio in cima a una montagna. Anche qui potemmo constatare come l’amore per la famiglia e la volontà di condivisione fossero profondi. A ripensarci, i nostri pesanti bombardamenti devono avere creato indicibili difficoltà ai residenti. Ricordo che il contadino italiano era una persona con un gran capacità di adattamento: da generazioni gli eserciti venivano e se ne andavano, ma la famiglia italiana restava unita e rimaneva a seminare e a occuparsi dei campi, perché aveva tutti i membri della casa da sfamare.

La guerra continuava e io ricordo la fiumana di rifugiati che scendeva lungo le strade spingendo carretti, o portando le poche cose sulla testa o sulle spalle. I bambini li portavano in braccio o li spingevano nelle carrozzine. Il tempo, in quel periodo, era pessimo: pioggia, fango e anche neve. Le donne, inzuppate fino alle ossa, con i loro lunghi abiti neri imbrattati di fango, si precipitavano lungo la strada in cerca di salvezza. Ma dove? E in tutti questi spostamenti di gente disperata, non ho mai udito il pianto di un bambino. Nella bufera, senza cibo, dove avrebbero trovato la salvezza? Sembrava che i bambini fossero fatti d’acciaio come le altre persone.

Con il proseguire della guerra, incontrammo sempre più di frequente persone meravigliose, da Rimini in poi. Qui i nostri incontri avvenivano prevalentemente con gli agricoltori, poiché molto spesso installavamo i nostri cannoni nelle aie delle case di campagna. Ci capitava, a volte, di ritornare in una fattoria dove ci eravamo fermati in precedenza e di scoprire che tutta la famiglia aveva richiuso le trincee e le buche dei cannoni, aveva tirato fuori un po’ di semente da un qualche ripostiglio e aveva seminato. La vita e la famiglia continuavano. Al momento di lasciare l’Italia, mi sentii triste e fra tutti i pensieri quello più triste era che lasciavamo sul suolo italiano 5000 nostri compagni, che lì sarebbero rimasti per sempre. Ma ho potuto verificare negli anni successivi che i nostri soldati sono onorati, e di loro si occupano con premura e affetto i cari amici di Bagnacavallo e Villanova.

#RICORDÀTI PER SEMPRE. #

Sono tornato in Italia tre volte dopo la guerra e ho apprezzato l’affetto rivolto a noi veterani. Quando torniamo in Italia, l’amore e l’amicizia nei nostri confronti ci fanno sentire come quando eravamo giovani, tanti anni fa. Essere considerato un amico è qualcosa che custodisco nel mio cuore, perché voi, cari amici, avete dato a Edith e a me qualcosa da ricordare per tutta la nostra vita. Voglio ringraziarvi tutti. Edith e io continuiamo a sperare di potere ancora una volta tornare in Italia.

##Memorie di Gordon Bannerman