Borgo Giacconi

Borgo Giacconi

Prefazione

È nelle pieghe più riposte della storia, nei luoghi accessori che accade l’essenziale: ciò che definisce e qualifica l’umano. Laddove il rimbombo dei vasti, rovinosi eventi del male arriva avvolto da un torpore d’irrealtà, e più nitide sono le presenze dei singoli, ognuno con la propria eresia di speranza, con la propria tenace innocenza. Daniele Ferroni sa tratteggiare quest’atmosfera sospesa, di scenario a margine, curvo ai fragori; scandito da giorni ardui, densi d’attesa: tra piani offensivi opposti, segnati a matita sulle pareti; tra spari nel vento, micidiali cecchini incassati nei fossi, corpi inerti avvolti nei teli; tutto portato a chiaroscuro con l’infinita tenerezza dell’infanzia, con il miracolo del soccorso, della mano tesa nel gelo. Nella terra generosa e forte di Romagna, umiliata dall’insania della guerra, dalle sue vicende brutali, ecco i campi profanati dalla morte, i piccoli borghi afflitti; la povertà, le case martoriate dalle granate; le nidiate di bambini laceri e affamati, intirizziti dal freddo: che dormono ammucchiati come cuccioli, pieni di luce e di futuro. E così, bambini appena cresciuti, soldati quasi imberbi, i ragazzi canadesi del Perth, dell’Irish e del Lanark and Renfrew Scottish Regiment si ripensano pienamente creature umane, misurandosi con la paura del nemico, ma anche con la propria più intima verità: trovandone il crocevia di misericordia. Nei personaggi di questo racconto vi è un’umanità che accade seriamente: l’esperienza soprannaturale del dono dato e ricevuto in pienezza, assoluto di totalità e coraggio, spicca il cuore dal petto a ognuno, per sempre. Il cenno di pace nel saluto, il sorriso allacciando l’elmetto, pur sapendo, molti, di non tornare; il pianto delle donne, delle madri, la benedizione della Madonna della Misericordia. Calore della solidarietà, che accende torce nelle cupezze di atroci eventi: luce degli occhi buoni, che fissano in volto il male, senza cedervi, perché sanno il minuscolo appiglio: l’eterno, immobile amore. Il racconto di Ferroni, scritto con la grazia della precisione e dell’affetto, è pieno di simboli delicatissimi, che narrano il reale significando la perpetua tutela dell’invisibile: c’è un punto, sembra dire il narratore, al centro del nostro cuore, dove siamo liberi, anche se affamati, impauriti, tenuti in catene. È dove decidiamo di non odiare, di non cedere al lavorìo della morte che radica lentissima in quanto non porgiamo, spogliandoci di tutto. Già angeli, gli affranti che perseverano nel bene sono fortezze di carità: si fanno offerta, elargita salvezza, come il pane spezzato di Cristo.

Isabella Bignozzi

Borgo Giacconi

la Cantina di Piazza Nuova, Bagnacavallo(Ra), sabato11 - Osteria del Sole(Bo), venerdì 17 gennaio 2025

I ragazzi del Perth, dell’Irish e infine del Lanark and Renfrew Scottish Regiment, provenendo da sud-est, arrivarono inizialmente nella casa di Luciano, lungo Via Canala, da dove, solo poche ore prima, se ne erano andati i tedeschi che la occupavano, creando un silenzio surreale, dove tutto il mondo taceva nell’incertezza del momento. Presi da fretta e terrore non si erano neppure preoccupati di cancellare quella sorta di grande carta topografica, abbozzata a matita sulla parete e presto cancellata e sostituita dalle annotazioni dei canadesi. I punti da colpire dell’esercito alleato erano stati sostituiti con i disegni delle postazioni tedesche aldilà del fiume, nelle campagne e nell’abitato di Villanova, fornite dai loro osservatori e da civili e partigiani del posto. Ogni albero, arbusto, ciuffo d’erba, carraia o rigagnolo d’acqua, erano segnati su quel muro sopra alla stazione radio, nell’attesa che giungesse l’ordine di attraversamento del fiume Lamone. Di tanto in tanto qualche colpo di arma leggera rompeva l’aria. I maledetti cecchini, lasciati a protegger la fuga e perfettamente nascosti nei fossi, fra canne o tra i ruderi delle case, continuavano a mietere vittime, nei reggimenti che giorno dopo giorno andavano addossandosi all’argine destro. Luciano, Lauro e Novarro, amici e vicini di casa, vedevano aumentare la schiera di corpi allineati a terra e avvolti in strani lenzuoli di tela cerata, che quasi ci avevano fatto l’abitudine, come fosse quella la loro normalità e la prospettiva di vita futura. Continuavano così ad essere bambini, saltando su e giù dal camion canadese, quello adibito a fare la spola fra le loro case e il cimitero dei caduti, voluto nel punto più alto delle campagne, fra Piangipane e Camerlona. Giocavano a nascondino e alla sera, schivando i rimbrotti dei genitori, se ne stavano tutti attenti all’immancabile lezione di Fred. Si sedevano di fronte al camino, accanto a quel ragazzone canadese dal volto pulito, come la luna in una notte d’inverno. Era sempre sorridente, nonostante la guerra e le morti e con quella scatola magica sulle ginocchia, insegnava ai suoi piccoli amici il gioco della dama, spostando bianchi e neri fra quegli intricati quadretti.

John, Judd, Craig, Cris e Roy, anch’essi alloggiati a Santerno, erano a non più di cento yard dal fiume Lamone, nel piccolo borgo di case in fondo a Carraia Bezzi, quasi in corrispondenza a Via Cocchi, sull’altro lato del fiume. Era un borghetto di 8-9 case senza intonaco, con pietre scalcinate tenute insieme dall’argilla del fiume. Le finestre senza vetri, saltati per gli scoppi delle granate e con i loro telai di legno, sembravano orbite svuotate dagli occhi. Appariva qualche brandello di tela, a protezione dell’unica camera ancora apparentemente intatta, dove dormivano padri e madri, uniti ad una nidiata di bambini, che finivano tutti rimescolati fra lenzuola e coperte, gli uni con i piedi in bocca agli altri. La miseria la faceva da padrona, aiutata da un inverno tra i più rigidi degli ultimi cinquant’anni. La legna per stufe e camini scarseggiava e c’era poco di cui sfamarsi. Si bruciavano pezzi di mobili, sportelli di armadi, qualche cassetto e poco altro, recuperato all’interno del fiume. I tedeschi in ritirata, avevano fatto razzia di quel poco ancora rimasto. Se non fosse stato per delle patate nascoste in una botte sotto al cortile, qualche radice raccolta nei fossi e quel po’ di granoturco macinato per farne polenta, sarebbero morti di stenti. Nell’unico pollaio, c’erano una gallina ed un gallo, entrambi sopravvissuti al nemico. La gallina era sfuggita a Billo, il cane di tutti, un meticcio con un occhio immerso in una enorme macchia marrone, che gli scendeva fin giù sul muso. Il gallo invece, tutto spennacchiato, aveva un’unica penna nera sulla coda rivolta all’ingiù, ricordo lasciatogli da un tedesco, nel tentativo di trasformarlo nell’ultima cena prima della fuga. I bambini camminavano come fossero scalzi, con scarpe dal fondo realizzato con vecchi copertoni da macchina e la tomaia in tela di sacco, tenuta insieme con strisce di vecchie lenzuola. I pantaloni erano corti, perché per farne di lunghi occorreva il doppio della stoffa e le giacchette venivano cucite con pezze di abiti del babbo e del nonno, più volte rivoltate dalle sapienti mani delle mamme, così da coprirne l’usura e la miseria. Giocavano dall’alba al tramonto, nel freddo e sotto la pioggia di quei giorni. Salivano sull’olmo campestre al centro del cortile, riempiendone i rami come fossero piccoli branchi di passeri infreddoliti, con le loro piume gonfie per tenersi al caldo. Ma nella prima settimana del dicembre 1944 arrivarono i canadesi, che da un momento all’altro risollevarono le loro sorti. Avevano viveri e generi di conforto a volontà; cioccolata in abbondanza per i bambini, sigarette per gli uomini e pane bianco per le donne, cose mai viste da quelle parti. Non c’era persona che non sorridesse. Addirittura la guerra sembrava finita. Povertà da sempre fa il paio con generosità: chi meno ha più dà. E così gli abitanti di quel gruppo sparuto di case, lasciarono buona parte delle loro abitazioni come riparo per i tanti soldati che di giorno in giorno arrivavano aggiungendosi a quelli già presenti sul posto, in attesa dell’ordine di avanzamento. Che splendidi questi ragazzi. Da dove venivano era abitudine aiutarsi gli uni con gli altri. Spesso i reggimenti raccoglievano giovani provenienti dallo stesso paese, vicini di casa, con fattorie l’una accanto all’altra. Molti di loro conoscevano la vita di campagna, gli animali da cortile e della stalla. Erano abituati a lavorare la terra e con questa a sporcarsi le mani. Così trovandosi di fronte a tanta generosità e allo stesso tempo ad altrettanta miseria, pochi momenti prima dell’attacco per l’attraversamento del fiume Lamone, vollero privarsi dei giacconi invernali, che erano parte del loro equipaggiamento, per farne dono agli abitanti di quel borgo che anche per soli pochi giorni, li avevano fatti sentire come a casa loro, in una nuova famiglia. Questi giacconi in dotazione all’esercito anglo-canadese erano fatti con lana pesante, molto calda. Avevano ampie maniche, due serie di tre bottoni verticali, una a destra e una sinistra, in modo tale che potessero abbottonarsi su entrambe i lati. Un ampio bavero poi, che nei momenti di freddo intenso, poteva essere sollevato sulla nuca, fino a congiungersi al berretto d’ordinanza. Le donne piansero per questa loro generosità e perché sapevano che molti di quei ragazzi non sarebbero più tornati a casa, alle loro famiglie. Così vollero benedirli con un’immagine della Madonna stretta fra le mani, quella della Misericordia, da sempre venerata dalle nostre parti. Questi voltandosi, fecero un cenno di pace con la mano, sorridendo si allacciarono l’elmetto sotto al mento e con il fucile in spalla presero a salire lungo l’argine del fiume.