Francesco Argnani
Nato nel settembre 1944 nella frazione faentina di Sant’Andrea. Lì ha trascordo i primi anni della sua vita poi, per avvenimenti gravi che interessarono fisicamente la sua vita, si trasferì a Faenza con la famiglia.
Ora abita a Bologna. È non vedente a causa delle vicende gravi appena ricordate. È un insegnante in pensione. La sua casa nel borgo di Sant’Andrea fu bombardata nel novembre ‘44, quando aveva pochi mesi. Le vicende di quei giorni non le ricorda direttamente, ma gli sono state raccontate molto bene e Francesco le conserva nella sua memoria. Per esempio, la strada del canale Naviglio che era continuamente percorsa da soldati tedeschi in ritirata. Fra l’altro, in ricordo di quei fatti, ha scritto un breve componimento in versi nel dialetto di quei luoghi, un componimento che ha aspetti piuttosto comici.
Per ora si ferma qui, ma loda moltissimo le iniziative di Wartime Friends che ripercorrono la memoria di luoghi così ricchi di storia.
Componimenti
1 - IL BORGO
Una fila di sette otto case male allineate: una un po’ più avanti, una un po’ più indietro; la mia si raggiungeva percorrendo “una cararina” di una trentina di metri. c’era poi una casina bassa bassa di là dal canale, che si raggiungeva percorrendo la “pundgêla” sul Naviglio.
L’ultimo edificio ospitava “la gutéga”, un emporio tipico delle zone di campagna, dove si poteva comprare di tutto: dalle caramelle alla crusca per maiali, dalle sigarette alle scope; insomma era come mettere insieme vari negozi. non solo; era anche osteria, frequentata dagli uomini per passarsi qualche ora a giocare a carte o a bocce. u i éra nec e’ zugh dal pall. Poco oltre,, sempre sulla sinistra, c’era la stradina che portava alcimitero, dove riposava mio nonno paterno. Ricordo la sua lapide spezzata da una scheggia di bomba durante la guerra. Proseguendo la strada, poco oltre, si apriva “e’ cararô dla cisa” ,; percorrendolo per una cinquantina di metri si arrivava alla chiesa.
All’altezza della chiesa ma sul canale, sorgeva “la pela”, una costruzione antica che allora ospitava un artigiano, fabbro e un po’ falegname, ma in passato doveva sfruttare l’acqua per far ruotare forse una macina.
Sempre sul canale, ma più verso Faenza, c’era il mulino d Sastôvan che, ricordo, funzionava ancora, non più utilizzando l’acqua ma elettrificato.
La via Canal naviglio era (e parlo degli anni cinquanta) una strada bianca, piuttosto stretta, fiancheggiata dall’argine del canale bianco dipolvere d’estate. Sull’argine, una lunga fila di betulle che davano ristoro di un po’ d’ombra a chi si trovava a percorrere la via assolata.
Uno dei personaggi che ogni giorno la percorreva col suo carro tirato da un asino da Granarolo a Faenza e viceversa,, era il carrettiere Balusèn, un omino minuto, che spesso si fermava davanti a casa nostra per fare quattro chiacchieree e bere un bbicchiere di vino. sul suo carro si trovava di tutto: damigiane, sacchi di farina, scope, tegami, bottiglie di conserva, e così via. Mio padre diceva: “Sta’ d avdé che una vôlta o cl’êtra e’ scapa la livra da che carèt”.
Io ho vissuto in questo borgo fino ai sei anni. Andavo a scuola da un mese in una scuolina di campagna sempre a Sant’andrea, di quelle scuoline le cui finestre danno sui campi, e per me era una meraviglia il frequentarla. Ma il 5 novembre 1950, un mese circa dal mio primo giorno di scuola, proprio in quella bottega di cui ho parlato prima, sono andato incontro a un dramma. Il figlio del bottegante di otto anni, trovata la doppietta del padre ancora carica, per gioco, me l’ha scaricata in faccia. Lì si è chiusa a Sant’andrea la mia vita di fanciullo felice.
2 - LA GUÈRA – A BAB
l’éra i dis d zôgn dé melnôvzentquarànta.
la cartulèna rôsa i t la purtè
ch stiva ingiudènd la stèia di cunèi
e tat dasès una martlê s’ un dì
par la disperaziôn d duvé partì.
u n’éra propi cum andê a una fêsta:
la mama, védva, l’armastéva a ca
sèza un aiut, e’ grân da médar za
e sènza un frânch ch u s’ inzuchès in cl’êtar.
e’ vnè e’ quarântatrè, l’éra setembar
quand u s sfasè l’esercit e t turnès
- t sìra là drì a Gorizia, l’éra longa !-
t turnès a ca cun i calzôn d “panzèta”.
ti stasìva tre volt, ma l’éra un vstì
par te da sgnùr, par no finì in germânia.
la guêra la pasè nec da ca nostra.
oh casina casina sota al bômb!
a salvèsum la vita in siminêri.
l’éra quasi nadêl quarântaquatar
quand l’arivè ijnglìs: l’éra la fèn.
la fèn dla guèra; nô a turnèsma a ca
e tè, bab, ramasend la porbia d strê,
a môd d calzèna,
cun al macéri t tirès sò al murai.
e acsè e’ cmimzéva un’êtra vita nôva.
La nostra casa di Sant’Andrea, che prima della guerra era una bella casa, fu ridotta dal bombardamento a un cumulo di macerie. Ricordo che, appena ebbi coscienza di essere al mondo, vidi nel cortile le macerie ammucchiate, su cui era cresciuto un pesco selvatico che d’estate era carico di piccole pesche dolcissime. Mio padre tirò su i muri utilizzando per calce la polvere di via Naviglio che era abbondante. “i calzôn d panzeta” (diventati proverbiali in casa mia) erano quelli che, dopo l'8 settembre 1943, mio padre, tornando a casa a piedi da Gorizia, dove era soldato, raccattò in una casa di contadini, come facevano i soldati rimasti senza un comando, per non essere presi dai tedeschi e inviati in Germania, come toccò a centinaia di migliaia di nostri soldati.
3 - TUGNÈT
instê dé melnovzentcvarântacvàtar.
par la strê dé canêl a sâtindré
e’ paseva i tedesch in ritirata.
u s’infarméva spess in tot al ca.
a ca dé proz tugnèt l’éra ins i spèn.
- avlìv farmêv acvè? e post a n l’ò.
gnanco il posto per il câne!
avlìv magnê cvaicvêl, un pô d salâm
un pô d furmai, a vi dêgh avluntìra. -
- egàl - i dgéva lô.
- a n ve poss dêr e’ gal! a i ò sol cvel. -
e lô i turnéva a dir - egàl egàl -
- a n ve pòs propi dêr, avìv capì? -
e intânt i tulè so salàm, furmai,
e i cuntinvè la strê e la ritirata.
È chiaro che in questo breve quadretto, si gioca sull’equivoco “è gàll” (il gallo in dialetto) e “egàl” che nella lingua di quei soldati, significava è uguale, la stessa cosa. Tugnèt, io l’ho conosciuto. era nostro vicino di casa, ed era un vero personaggio, a parte questo comico quadretto. La sua famiglia aveva una grossa cantina che raccoglieva l’uva nella campagna circostante. poi, dopo che la mia famiglia si era trasferita, quella cantina diventò una distilleria.
4 - BALUSÈN CARATIR.
Amarcùrd d balusèn. L’éra un umì
Che tot i dè e pasèva par la strê
Dé canêl fra garnarôl e fèza cu e sumàr
E un car sèmpar pì d roba: sêch d farèna
D rimulèta, d garnê, còz, damigiàn…
U i éra nec la livra in s ché carèt.
Balusèn u s farméva in sla mi pôrta
a fê do ciàcar e a bés un bichìr d vèn.
E a mè ch a séra un tabachì u m dgéva
Ch abadès a la bes.cia ch lan s’aviès.
Ma e’ sumàr l’éra strach e l’infileva
e’mus int l’érba êlta dé canêl
e pu e’ biaséva.
Mi ricordo di Balusèn, era un omino Che tutti i giorni passava Per la strada del canale Fra Granarolo e faenza con l’asino E un carro sempre pieno di roba: sacchi di farina, di crusca, scope, pentole, damigiane. C’era anche la lepre su quel carretto. Balusèn si fermava sulla mia porta Per fare due chiacchere e bere un bicchiere di vino. E a me che ero un bambino mi diceva Che badassi alla bestia che non se ne andasse. ma il somaro era stanco e infilava il muso nell’erba alta del canale e biascicava.
5 - LA PRÈMA VÔLTA.
Amarcùrd da babì la prèma vôlta
Ch i m purtè a vdér un môrt: l’éra una vêcia
’na vsèna cla staséva d drì da cà,
in t’e bôrg d Sântindré. E fò d’instê.
Stésa in s’e’ lêt, al mâ incrusêdi, e vstì
Négar, la faza biânca, la m parèt
Cla durmès. Una mosca la runzéva
S’un védar dla finêstra. In t’e curtìl
U i éra e’ sôl d’agòst, mo mè a sintéva
Un frèd! Al dòn cun la curôna in mân
al bisuléva di pitèr insèn.
Mi ricordo da bambino la prima volta Che mi portarono a vedere un morto. Era una vecchia, una vicina che stava dietro casa nostra, nel borgo di Sant’Andrea. Fu d’estate. Adagiata sul letto, vestita di nero, le mani in croce, la faccia pallida, mi parve che dormisse. Una mosca ronzava sul vetro della finestra. Nel cortile c’era il sole d’agosto, ma io sentivo un freddo! Le donne, con la corona in mano biascicavano dei paternoster insieme.
6 - Sant’Andrea, novembre 1944.
In quel novembre ‘44, ero nato da una quarantina di giorni. Fra l’altro, la notte del 17 settembre quando mia madre ebbe le doglie, mio padre, inforcata la bicicletta, dal borgo si precipitò a Granarolo, dove c’era l’unica levatrice disponibile. La donna disse che era disponibile ma non aveva mezzi per spostarsi. allora mio padre la caricò sulla canna della sua bicicletta, e, affrontando pericoli enormi, essendo quella zona di fronte, trasferì la levatrice a casa nostra, e così nacqui. Tornando al novembre, la zona era ancora occupata dai tedeschi e i bombardamenti americani erano molto intensi, anche perché la strada del canale era strategica per gli spostamenti di truppe e mezzi verso nord-est. La conseguenza fu che una bomba prese in pieno la nostra casa quando, per fortuna, eravamo in un rudimentale rifugio costruito da mio padre nel campo. Diventammo così dei profughi e trovammo accoglienza nella villa di campagna del seminario di Faenza, dove già si trovavano molte decine di altri profughi arrivati anche dalla città duramente colpita dai bombardamenti. La mia famiglia, composta da cinque persone, oltre ai miei genitori c’eravamo io e mia sorella di 3 anni e mia nonna, rimase nella villa seminario fino al Natale, quando arrivarono gli Inglesi e i polacchi. Fu una grande festa generale. Mi hanno sempre raccontato i miei che mia sorella mangiò tanta cioccolata che rischiò la salute. Ormai la linea del fronte si era spostata nella valle del Senio, e noi potemmo tornare alle nostre macerie della casa bombardata. Fu così che mio padre e mia madre, rimboccandosi le maniche, cominciarono a sgombrare le macerie e a tirar su pezzi di muro, utilizzandola polvere della strada come calce. Questa cosa mi ha sempre impressionato molto. Ci vollero dei mesi per dare un minimo di abitabilità all’edificio. Fra i pochi arredi che ricuperarono, c’era la tavola, mal ridotta, ma messa insieme alla meglio. Era un simbolo della continuità della storia familiare, ed ancora oggi è in casa mia.
7. - Nel cortile di casa a Sant’Andrea.
Nel cortile di casa mia a Sant’Andrea, per alcuni anni rimase l’ammasso delle macerie della mia casa bombardata. Per me, bambino di pochi anni, non erano motivo di tristezza, ma un’opportunità di gioco. nessuno dei miei mi aveva detto la sua origine, quindi io lo consideravo un elemento normale del panorama come il pagliaio, la catasta di legna e simili. Un giorno, tornando da scuola, rimasi sconcertato: qualcosa aveva cambiato il panorama. poi, ecco, capii: avevano portato via le macerie. Ecco il vuoto che prima non c’era. non fu per me una bella sorpresa. Magari per i miei sì. Ma io non sapevo che loro lo legavano a vicende dolorose. comunque, era rimasto il pesco selvatico, che avrebbe potuto offrirmi un motivo di svago. e difatti, diventò presto l’albero delle mie scorribande fra i suoi rami. Spesso, quando andavo a scorrazzare per i campi, mi capitava di trovare stranioggetti di ferro. Mio padre mi disse che erano schegge, ma non mi disse come eranocapitate lì. Mi disse anzi che quando ne trovavo, le mettessi in una cassetta dove cen’erano altre, che poi le avremmo vendute. Da quel momento, standoci più attento, ne trovai moltissime, e per me diventò un altro gioco. debbo comunque precisare che seppi molti anni dopo, che il mio campo era stato setacciato dagli sminatori e che quindi il pericolo di scoppi era minimo. A tal proposito, debbo dire che, quando dovetti andare in un collegio specializzato per i ciechi a Reggio Emilia (la cosa avvenne nel 1952) notai subito che molti dei ragazzi avevano perduto la vista per ordigni bellici. dirò anzi che diversi non solo erano diventati ciechi, ma avevano perduto una o entrambe le mani. La guerra aveva lasciato uno strascico di dolore in molte famiglie. Riprendendo il racconto dei miei primi anni di vita a Sant’Andrea, ripensandoci adesso, dopo tanti anni, dirò che quei luoghi che pochi anni prima erano stati attraversati e sconvolti dalla guerra, mi apparivano sereni, gioiosi, con una natura meravigliosa. Il campo dietro casa mia mi apparve una mattina di marzo, forse del ‘47, un tappeto di fiori gialli, le primule, sbocciate come se in quello stesso luogo non ci fosse mai stato un passaggio di armati con fucilate e bombe da ogni parte. Il canale, dove passavo tante ore a cercare canne per i miei giochi, era in certi momenti una lama d’argento. Il canneto, meta dei miei interessi, al soffio del vento primaverile, suonava come un organo. La vita era ripresa, negli adulti con qualche conseguenza dolorosa, magari la perdita di qualche congiunto, la casa distrutta, la povertà; per me, bambino, i giorni scorrevano sereni e il mio desiderio era quello di riempirli di giochi. La natura con la sua bellezza, stava voltando pagina. Certo, anni dopo, crescendo, entrando più a fondo nella comunità, avrei preso conoscenza del conflitto bellico.
8. - VISITA AL CIMITERO INGLESE
Un giorno (abitavo già a Faenza) con mia nonna andammo a far visita al cimitero inglese, dove sono sepolte molte migliaia di soldati caduti sul fronte della linea gotica. Entrando, me che ero un bambino di otto nove anni, colpì subito il profondo silenzio. Camminando lungo il vialetto, da entrambi i lati scorgevo le lunghe file delle lapidi bianchissime; e questo mi diede un senso di pace e di serenità. Quei marmi bianchi erano come la rappresentazione materiale della purezza delle anime di quei giovani sepolti. Quello che colpiva era l’essenzialità di quei sepolcri: una lastra di pietra e un nome. Migliaia di tombe. Possibile che tante vite giovani siano scomparse? Lì sotto ci siano le reliquie inerti di tante vite? E quali le cause di tutta quella morte? La guerra. E se poi dovessimo giudicare le colpe dei soldati tedeschi, quanti di loro eranoconvinti di combattere per una giusta causa, o lo facevano perché costretti? Ancheloro avevano lasciato a casa i genitori, una moglie, dei figli, che avrebbero piantola loro morte. Insomma, diciamo che dietro le vicende belliche vi sono interessi chenon coincidono con quelli di milioni e milioni di giovani che avrebbero certamentepreferito restare nelle loro famiglie e magare avere rapporti con i cosiddetti nemicidi tutt’altro genere. Le guerre, che pur si sono combattute fin dai tempi dei tempi, sono state la rovina dell’umanità. Oh giovani soldati, venuti in questa terra a voi sconosciuta a dare la vita per una causa giusta ma troppo cara, lasciando nel dolore i vostri cari, chi vi ripagherà poi di tanto sacrificio? Allora è giusto che tutti gli uomini di questa terra, di qua e di là di tutte le linee che dividono, si incontrino, depositate le armi, per stringersi la mano e dirsi che è giunta l’epoca di cacciare le guerre dai cervelli malati di chi ha comandato per motivi e per idee che non si possono condividere. Certo, io, bambino di pochi anni, non potevo elaborare un discorso di questa portata, ma certamente, le parole di mia nonna che mi spiegava con semplicità la provenienza di tutti quei giovani e il motivo della loro morte, suscitarono nel mio cuore un’emozione che equivaleva ai pensieri che oggi, uomo ormai vecchio e a conoscenza della storia, posso elaborare. Quel pomeriggio è rimasto nella mia mente come una pietra miliare nella formazione e nella crescita del mio pensiero. è quindi giusto che questi luoghi di morte diventino giardini di vita e di crescita morale di tanti ragazzi all’inizio del loro cammino.
9 - Ritorno dalla prigionia in California
Il racconto si ambienta nei primi anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Siamo circa fra il 1946 e il 1948. Io avevo quasi quattro anni, ma ricordo benissimo gli avvenimenti. Tornavano dalla prigionia dall’America e dall’Inghilterra quei soldati che erano finiti prigionieri degli alleati prima dell'8 settembre 1943, cioè prima che il governo italiano firmasse l’armistizio con le forze alleate. Durante lo sbarco in Sicilia del luglio ‘43, molti nostri militari vennero fatti prigionieri e, in un primo momento, portati in Africa settentrionale (Algeria o Marocco), e in un secondo tempo molti finirono nei campi di detenzione in California. Fra questi, anche il nostro vicino a Sant’Andrea Vito. Anche lui aveva molte cose da raccontare, date le peripezie che aveva dovuto affrontare in quei quattro cinque anni. Fu così che una sera di giugno mi pare del ‘47, Vito invitò mio padre per passare una serata di racconti. Mio padre portò anche me benché molto piccolo, perché cominciassi a entrare in un mondo molto più vasto del cortile di casa. Vito prese a raccontare e io ascoltavo totalmente rapito, come se fossi entrato dentro una favola. Cominciò a parlare del momento in cui lui e centinaia di soldati italiani erano finiti nelle mani del nemico. Poi, del trasferimento nei campi provvisori del Marocco. Quindi, l’imbarco a Casablanca per l’America. Per me erano tutti luoghi e nomi mai sentiti. La nave s’inoltrò nell’oceano Atlantico per giungere poi all’istmo di Panama. Si trattò allora di percorrere sempre in nave, il canale di Panama, per passare nell’oceano Pacifico. Io, di canali, conoscevo il canal Naviglio, e non riuscivo a farmi un’idea di come fosse fatto quello del racconto di Vito. Lui diceva che la nave doveva salire attraverso una serie di bacini, per poi scendere nell’altro mare. Raccontava del caldo insopportabile che c’era in quel luogo, essendo all’equatore. Anche la parola equatore mi lasciò del tutto sbalordito. La nave di ferro scottava al punto che non si poteva toccare. Passato il canale, la nave puntò verso la California, e in quella terra i prigionieri furono sistemati in campi di detenzione. Vito diceva che, tutto sommato, la vita nei campi era sopportabile, ma la gente di quei luoghi non vedeva con favore i prigionieri italiani, che considerava dei nemici, anche dopo l’armistizio. Soprattutto per questo atteggiamento dei californiani, lo spirito dei soldati era piuttosto depresso. Passati finalmente quegli anni di detenzione, giunse il momento della liberazione. Vito si poteva ritenere fortunato di essere sopravvissuto a tanti pericoli di ogni genere e tornare fra i suoi cari, nel suo campo a riprendere la vita di prima della guerra. Finita la serata, ritornammo a casa attraverso il nostro campo. Era una nottata bellissima. Il campo ancora da mietere, era pieno di lucciole e i grilli suonavano il loro concerto con i violini. Questa atmosfera serena placò il mio animo dallo stato di ansia che i racconti di Vito avevano provocato. Avevo però capito che al di là del mio campo e del mio borgo, c’era un mondo veramente complicato e pericoloso che comunque avrei dovuto cominciare a conoscere. Io ero nato negli ultimi mesi di guerra, ma della guerra non sapevo nulla. A poco a poco, un po’ qua un po’ là, raccoglievo elementi che mi avrebbero aperto una nuova realtà. Ad esempio, le schegge che trovavo nei campi, le tante cassette di metallo sparse dovunque, che, disse mio padre, avevano contenuto dei proiettili. Il ritorno da lontano di persone che i miei conoscevano benissimo, ma che io vedevo per la prima volta, come Vito, che raccontavano vicende vissute molto pericolose. Dopo appena due anni, avrei sperimentato sulla mia persona, che per me l’età dei sogni e dei giochi stava per essere sostituita, almeno in parte, da quella del dolore.
Ricordo dei miei primi anni di collegio
Entrai nel collegio per ciechi Giuseppe Garibaldi di Reggio Emilia il 18 ottobre 1952, all’età di otto anni, dove avrei appreso il metodo di scrittura per non vedenti Luigi Braille. Lì frequentai tutto il ciclo della scuola elementare, e appresi anche a lavorare il legno e metalli con tecniche particolari, cose che mi sarebbero servite molto nella vita pratica.
Erano gli anni cinquanta; la guerra era finita da poco, e io cominciai a scoprirlo ascoltando i racconti dei miei nuovi compagni di collegio. Erano in generale ragazzi che provenivano dall’Emilia-Romagna o dalla Toscana, luoghi teatri di vicende belliche drammatiche. Diversi fra loro ne portavano i segni nel corpo, avendo perduto la vista e non solo, soprattutto gli arti superiori, totalmente o in parte. Queste menomazioni erano conseguenza di scoppi di granate o altri oggetti esplosivi trovati nei pressi delle loro abitazioni e scambiati per oggetti di gioco.
La vita in comunità però riusciva a creare un clima di amicizia e di distensione che faceva superare le ritrosie e le chiusure fra i ragazzi. Ci si ritrovava sui banchi scolastici durante lo studio, o nei cortili a giocare, e si cementavano legami direi come fra fratelli.
Nelle nostre conversazioni, venivano alla luce vicende familiari dolorose, come la perdita di familiari, anche il padre o la madre, vittime dei bombardamenti o di malattie contratte nei rifugi. A questo proposito, mi raccontò mio padre che durante il periodo trascorso come sfollati, contrasse la difterite e, ricoverato in situazioni di estrema precarietà, riuscì a guarire quasi per miracolo.
In quell’Italia piena di povertà e di problemi di ogni genere, mi ritrovavo anch’io con tanti miei nuovi compagni di strada, a porre le prime basi di un futuro che appariva incerto, ma fiduciosi di riuscirci, in quel contesto di persone preparate per aiutarci.
Imparai così a scrivere utilizzando non più la matita o la penna, ma un piccolo strumento a punta che serviva a forare puntini sulla carta inserita in una tavoletta di metallo. La lettura non avveniva logicamente con gli occhi, ma con le dita, che a poco a poco svilupparono il tatto in misura notevole. La biblioteca dell’istituto era fornita di libri in rilievo che imparai a leggere con una certa velocità, che contenevano tutte le materie dei programmi delle scuole normali.
Anche nei giochi avevamo trovato soluzioni veramente ingegnose. Ad esempio, per giocare a calcio, usavamo un pallone fornito di un sistema sonoro formato da dischetti di metallo infilati in un anello, fissato nella cucitura. Imparammo anche a pattinare; insomma, le ore di ricreazione erano molto divertenti.
I nostri familiari ogni tanto venivano a trovarci e gli incontri avvenivano in una saletta della portineria. in quelle domeniche invernali, spesso piene di neve e ghiaccio, quella stanza si trasformava in una specie di teatrino.
Grande emozione e gioia di noi ragazzi per l’incontro con i nostri cari, infreddoliti, nei loro abiti poveri che però odoravano di casa.
Mio padre arrivava da lontano per quei tempi. Partito, ancora notte da Faenza, con un treno del sud strapieno di gente addormentata (emigrati diretti al nord), giungeva al collegio nella sua cappottella blu che sapeva di alfa, le sue sigarette immancabili, con una sportina piena di arance, qualche cioccolata e altri dolciumi. Per me era un’apparizione magica: mi gettavo fra le sue braccia e ritrovavo il calore e il sentore di casa.
I parenti arrivavano da paesi diversi. Si potevano ascoltare parlate di vari dialetti, scoppi di risate e di felicità. Ho viva nella memoria la figura di un padre di una bambina piuttosto grassa, che chiamavamo Angelona, arrivava dalla bassa reggiana con la sua solita pentola di riso, che sarebbe stato il pranzo in famiglia di quel giorno. E in questo quadretto era chiara la fame che in quei tempi era molto presente nei ceti popolari, soprattutto in aree depresse come quelle da cui proveniva.
Una volta mio padre venne a trovarmi dicendo di aver contattato, non so come, un suo commilitone che abitava nel circondario di Reggio Emilia. Difatti, si ritrovarono e l’incontro fu per loro una grande emozione. Non si vedevano non da molti anni, essendo finita la guerra da poco. La loro conversazione fu molto intensa, piena di fatti in parte belli, in parte dolorosi. Ecco che quelle vicende riemergevano in tutta la loro evidenza; il passato recente era sempre lì, non era sfumato ancora.
Un’altra presenza della guerra era data da una caserma confinante col “cortile grande” dell’istituto. Durante le intere giornate, dal primo mattino alla prima notte, potevamo udire la scansione delle varie fasi della vita di caserma segnate da suoni di tromba, dalla sveglia al silenzio della notte. Si potevano sentire anche i carrarmati coi loro rombi imponenti.
Ricordo che quando mio padre mi veniva a trovare e uscivamo dal collegio per essere in maggiore intimità, nei circondari dell’istituto notavamo tanti soldati della caserma. Quei giovani in divisa grigioverde erano la generazione successiva a quella del babbo che li guardava con simpatia. Loro non avevano fatto la guerra come invece aveva fatto lui. L’avevano comunque vissuta in famiglia, dal momento che il fronte aveva setacciato l’Italia dal profondo sud fino al nord. Loro, finito il servizio militare, sarebbero stati gli artefici della ricostruzione del paese. In particolare, molti di loro, meridionali, sarebbero tornati al nord come emigrati, nelle città del Piemonte e della Lombardia, ma anche oltre confini, in Germania, in Belgio come minatori. Il loro lavoro sarebbe stato forse più massacrante di una battaglia, magari vittime della silicosi e del grisù, ma le loro rimesse in denaro avrebbero risollevato dalla miseria le loro famiglie nel sud.
Queste sono riflessioni che feci logicamente molti anni dopo, ma in quei visi di soldatini dei primi anni cinquanta, mio padre notava un qualcosa di nuovo, l’inizio di tempi nuovi.
Anche per me, bambino all’inizio di un lungo cammino, in fondo, cominciava una vita nuova. Quando, finita la giornata familiare, il babbo doveva ritornare a casa e io in collegio, ci fermavamo un momento in un’osterietta nei pressi dell’istituto. In quel caldino, con un forte odore di tabacco - in qualche tavolino alcuni vecchi giocavano a carte -, lui beveva un bicchiere di vino per mandare giù il dolore di dovermi lasciare.
Cari vecchi treni color grigio
Cari vecchi treni color grigio-ferro su cui da ragazzo salivo piangendo per recarmi in collegio e, col cuore in festa, quando tornavo a casa per le vacanze!
Treni divisi in tre classi, specchio di una società tripartita. Molte carrozze di terza, affollatissime dal proletariato italiano, coi sedili di legno, lustri, levigati da milioni di pantaloni e gonne. Valigie di fibra, ammassate sulle retine o abbandonate lungo i corridoi. A quanti pasti rustici ho assistito,
consumati alla meglio sui tavolini rialzati da sotto i finestrini!
Ricordo che, quando si doveva andare da un vagone all’altro, si passava per una specie
di ponticello traballante, con un fragore di rotaie nelle orecchie e tanta paura che potesse staccarsi una carrozza dall’altra.
In seconda classe, si trovava un clima più rilassato e meno caotico. Erano le carrozze della piccola e media borghesia. Già lì, si trovavano sedili imbottiti e corridoi liberi da ingombri.
Se poi, dovevo transitare lungo le poche carrozze di prima, velocemente per non incorrere nei rimproveri del controllore, mi trovavo immerso in un’atmosfera silenziosa, quasi religiosa.
I sedili negli scompartimenti con pochi passeggèri, erano di velluto rosso e fodere bianche negli appoggiatesta. Li frequentava l’alta borghesia, il ceto politico e industriale.
Questi erano i primi treni che mi hanno scarrozzato in quegli anni. Treni che col loro ritmo un po’ monotono e a tratti caracollante nei pressi delle stazioni, sugli scambi, con stridii delle ruote e colpi secchi e improvvisi spostamenti laterali, attraversavano un’Italia tanto diversa!
Povera certo, e ancora con segni evidenti di una burrasca recente.
Un amore nato tra le macerie della guerra
ANTONIETTA ED ARTHUR LA STORIA DI UN LEGAME INFINITO di Roberto Marocci
La vita di ogni essere umano è scandita da imprevedibili combinazioni, da infiniti intrecci, dai quali sortiscono esiti straordinari, nel bene e nel male. Nel caso della nostra storia, accadde che dalle immani tragedie di un conflitto cruento e distruttivo come la 2^ Guerra Mondiale, sbocciò un profumatissimo fiore. Quel fiore generò un amore senza fine, che avrebbe scavalcato ogni più arcigno scoglio, ogni più ostica difficoltà. Una testimonianza di come la forza di un sentimento possa avere ragione di ogni distanza, sia essa geografica, culturale o linguistica, sia essa anche figlia di usi e costumi tanto diversi e lontani. Antonietta Dalmonte, cattolica, nacque a Faenza, il 22 Febbraio 1923 da Domenico e Lucia Missiroli, quando una sorella già era morta in seguito all’epidemia di Spagnola, scatenatasi successivamente alla fine della 1^ Guerra Mondiale. Antonietta, come tante altre ragazze faentine, lavorava alla fabbrica di calze O.M.S.A. (Orsi Mangelli Società per Azioni), mentre, mamma Lucia, in tempo di pace, gestiva una bancherella di frutta e verdura nella Piazza del Mercato di Faenza.
Arthur Gladstone, cattolico, nacque ad Alexandra (Nuova Zelanda), il 12 Luglio 1921 da Arthur Edward, medico di origine scozzese e Margaret France, originaria della Cornovaglia. Arthur si era arruolato volontario nel 1940 ma solo al compimento del 21^ anno potette imbarcarsi per venire a combattere in Europa. Dopo un viaggio di 3 settimane, nel Dicembre 1943, sbarcò in Egitto e da lì fu mandato in Tunisia dove, come mitragliere, nel Febbraio 1943 ebbe il battesimo del fuoco; i combattimenti in Tunisia finirono in Maggio. Alla fine di Ottobre Arthur sbarcò a Taranto, per poi andare a combattere in prima linea nella zona del fiume Sangro e, in seguito , nell’inferno di Cassino.Sempre combattendo, lui e la sua Divisione risalirono lentamente l’Italia fino ad arrivare, nel Dicembre 1944, sulla linea del fronte, che nel frattempo si era fermata tra Forlì e Faenza. Fin dal 2 Maggio 1944, Faenza era stata sottoposta a continui bombardamenti aerei; perdite umane, distruzioni, terrore, una gran parte dei Faentini era sfollata nelle campagne, nella speranza di correre minori pericoli ed anche per trovare il minimo indispensabile per sopravvivere. Il 24 Novembre 1944, finalmente, gli uomini della 2^ Divisione Neozelandese, comprendente il 28° Battaglione Maori, entrarono in Borgo Durbecco e, passando in mezzo a desolanti macerie, si attestarono sulla riva destra del fiume Lamone; sulla riva sinistra erano appostate le truppe Tedesche che, ancora saldamente, occupavano il resto della Città.
Faenza venne interamente liberata una ventina di giorni più tardi, dopo che le truppe alleate, per battere i tedeschi e tagliar loro ogni via di ritirata, ebbero attuato una manovra a tenaglia articolata nelle campagne, in parte a monte, in parte a valle di Faenza. Fu in questa fase che i soldati Neozelandesi, Arthur compreso, parteciparono alla “Battaglia della Celle”; combatterono, caddero, incalzarono il nemico, passarono di casa in casa, prendendo contatto e stabilendo rapporti con i civili che man mano incontravano. Oltre il nemico, i Liberatori dovettero fronteggiare le difficoltà di un tempo inclemente: neve, acqua, freddo, fango, tanto fango. In quell’inquietante contesto il soldato Arthur Gladstone, che in quel frangente svolgeva la mansione di addetto medico, la sera del 19 Dicembre 1944 incontrò Antonietta Dalmonte (da qualche anno rimasta orfana del padre) e sua madre Lucia, perchè le due donne erano sfollate dalle parti di Celle, in una casa colonica chiamata “Curinaza”. Successe che il Plotone di Arthur aveva avuto l’ordine di fermarsi proprio alla “Curinaza” e lui doveva andare avanti per vedere di organizzare la cena dei suoi compagni. Nell’avvicinarsi a quella casa, mai Arthur si sarebbe immaginato che, proprio lì, il suo destino avrebbe avuto una svolta decisiva!. E che destino! Faceva freddo ed era buio quando Arthur, per primo, arrivò nell’aia di quella casa e bussò alla porta, per altro già socchiusa. Spalancata quella porta, la Lucia si parò davanti a quel giovane soldato, infangato, sudato per via del pesante zaino ed intirizzito dal freddo pungente, lo guardò, poi lo invitò ad entrare, preoccupata che il povero militare non si ammalasse, gli portò un bicchiere di Sangiovese. Ma quello che maggiormente colpì Arthur, in quella situazione, fu un asciugamani bianchissimo che gli porse la Lucia.. candido come non ne vedeva da 4 anni, dal momento in cui si era arruolato volontario per combattere in Europa.
Il Plotone si fermò alla “Curinaza” per 4 giorni ed in tal modo, oltre la Lucia, il soldato Gladstone ne conobbe la figlia Antonietta e, visto che egli aveva imparato sufficientemente bene l’Italiano, i 2 giovani ebbero modo di parlare a lungo. Evidentemente, fin da quel primo, rapido incontro, fra i due ragazzi dovette nascere una qualche istintiva e reciproca attrazione…. ma tutto si fermò lì. Prima di andarsene dalla “Curinaza”, per proseguire le operazioni di guerra, egli si fece dare da Antonietta l’indirizzo della casa di Faenza, Via Torricelli 13. Le azioni militari a Faenza e dintorni proseguirono, tanto che Arthur ebbe modo di rimanere in zona almeno fino a Gennaio inoltrato, siamo all’inizio del 1945; durante quel periodo di tempo ed avendo l’indirizzo di Netta (questo il soprannome di Antonietta), egli non mancò di farle visita, visto che lei e sua madre erano nel frattempo ritornate nella loro casa di Via Torricelli.
Ad ogni visita Arthur portava con sè po’ del cibo avanzato dai neozelandesi, dato che la mensa pubblica d’emergenza passava molto poco. Fra i due ragazzi, per il momento, c’era soltanto un bel rapporto di amicizia e nulla più. Poi Arthur partì e fino al 1° Aprile, giorno di Pasqua, fu trattenuto ad Esanatoglia (Mc), dovendo svolgere speciali esercitazioni per riconvertirsi da mitragliere in fante. Durante quel periodo di addestramento egli riuscì ad inviare una sola lettera ad Antonietta. Tornato sul fronte del Senio, egli partecipò alle operazioni che cacciarono i Tedeschi fin oltre il fiume Po, dopodichà©, il 25 Aprile (per i neozelandesi, Giorno della Memoria), ottenne una licenza che gli permise di tornare… dove? Naturalmente a Faenza. In verità, Arthur sarebbe dovuto andare a Firenze ma, quando fu a Bologna, si fece scaricare dal camion ed in qualche modo proseguì per Faenza. Tipo tosto il Gladstone !!!
Arrivato in Città, passò dal mercato dove trovò mamma Lucia che, ripresa la consueta attività, era intenta alla sua bancarella. Come lei se lo ritrovò davanti, notò che era stanco morto ed in mal arnese, tanto che, chiusa la bancarella, lo portò a casa, raccomandandosi di riposare e dormire perchà© tanto Netta era al Mangelli a riparare qualche danno e a provare di rimettere in moto la fabbrica e fino alle 16 non sarebbe uscita dal lavoro. Alle 4 del pomeriggio Arthur si incamminò per Corso Mazzini, incontrando Netta all’altezza di Palazzo Mazzolani; lei, che era in compagnia dell’amica e collega Linda Ghetti, come lo vide, fra incredulità ed un vortice di emozioni, cambiò di colore. Dopo quell’incontro, finita la licenza, Arthur e la sua Divisione partirono per la “Corsa verso Trieste”, operazione così chiamata per l’assoluta necessità strategica che le truppe alleate occupassero quella città prima che arrivassero quelle di Tito. Conclusa quella missione, egli venne mandato a Senigallia dove, dal suo Colonnello, ricevette l’incarico di raccogliere documenti atti a scrivere la storia del Battaglione, la qual cosa gli consentì di tornare a Faenza ogni fine settimana… ed inevitabilmente, alla fine del Luglio 1945, Arthur e Netta si ritrovarono fidanzati, con l’ovvia intenzione di sposarsi al più presto. I 2 fidanzati erano entrambi cattolici e quindi, dal punto di vista religioso, non ci sarebbero stati ostacoli, che invece, purtroppo, esistevano per altri versi, a causa di una tassativa disposizione che proibiva ai soldati neozelandesi di sposare donne dei territori occupati. Dirà Arthur nel suo racconto apparso nel libro di Enzo Casadio e Massimo Valli “1943-1946. FAENZA DALL’ARMISTIZIO ALLA REPUBBLICA”, Stefano Casanova Editore, Faenza 1996:
Andai più volte a parlare col Vescovo di Faenza, Monsignor Giuseppe Battaglia, che per noi fu un santo. Mi aiutò in tutte le maniere e diede il permesso di sposarsi, solo in chiesa logicamente, anzi, prima di concedermelo, Monsignor Battaglia parlò chiaro con Antonietta: “Sposatelo pure il tuo Arthur, ricordati però che il matrimonio vale solo per la Chiesa; quando sarete in Nuova Zelanda, se lui ti lascia non hai alcun diritto!”.
Si sposarono la mattina di Sabato 1 Settembre 1945, nella chiesa dei Caduti (San Bartolomeo), con rito celebrato dal Parroco di Sant’Agostino, Don Domenico Mondini. Alla cerimonia assistettero 8 compagni di Arthur, giunti appositamente da Senigallia e le amiche di Netta; il rinfresco consistette in zuccherini e cioccolata in tazza presso l’abitazione della signora Savini, la padrona di casa della sposa. Il viaggio di nozze, con destinazione Senigallia, avvenne su 2 camion militari, su uno dei quali presero posto le amiche di Netta, che poi scesero a Forlì; i novelli sposi trovarono sistemazione in 2 camerette, con Arthur che continuò a svolgere il suo solito lavoro d’archivio fino alla fine di Novembre, momento in cui fu inviato a Firenze per poter proseguire le proprie ricerche. A Firenze vennero felicemente a conoscenza dell’insperato contrordine: il comando neozelandese aveva revocato il divieto di matrimonio tra propri soldati e donne italiane. Arthur e Netta non persero tempo, attraversarono l’Appennino innevato e raggiunsero Faenza; portarono in Comune il documento liberatorio e, grazie all’interessamento del responsabile dello Stato Civile, Silvio Mantellini, finalmente si sposarono anche civilmente.
Ora era proprio tutto a posto. Le truppe neozelandesi iniziarono a rimpatriare ma Arthur riuscì ad ottenne di essere tra gli ultimi a tornare a casa… quelli come lui li chiamarono gli “Ultimi Duecento”. Partirono per Taranto facendo una tappa intermedia di 2 settimane a Bari, durante le quali mamma Lucia stette con loro, prima di veder partire Antonietta per un luogo così infinitamente lontano. A Taranto, l’ultima settimana del Febbraio 1946, Arthur e Netta si imbarcarono per la Nuova Zelanda.
I coniugi Gladstone si stabilirono ad Alexandra, la città natale di Arthur e vi rimasero per 6 anni, prima di trasferirsi definitivamente a Nelson. Verso la fine del 1946 nacque il primogenito Antony, al quale poi fecero seguito Peter, Francesca, Luciana, Milena, Steven, Christopher, Nicolas, Timothy e Phillip, 7 maschi e 3 femmine. Nel 1949, sola e piena di coraggio, l’oramai nonna Lucia partì, salì su di una nave e li raggiunse ad Alexandra; morirà e là sarà sepolta nel 1958, dopo aver visto nascere ed aver accudito a 7 dei 10 nipotini. Insomma, in Nuova Zelanda si formò un nutrito nucleo di faentini “lontani”. Netta e Lucia trapiantarono usi e tradizioni romagnole in quel luogo agli antipodi di Faenza. Ma facciamo un salto in avanti, fino al 2014. Ho conosciuto personalmente il primogenito Tony (oramai per me Tugnazz), venuto per la prima volta a Faenza, insieme alla moglie Nicky, nel Dicembre 2014. E’ un omone grande come il suo babbo Arthur, gioviale, compagnone, espansivo, “buccalone”, buonissima forchetta, sempre pronto alla battuta come solo un vero romagnolo può essere… siamo diventati davvero amici, in un attimo. Tugnazz, che a Faenza conosce diverse persone, ha voluto visitare i luoghi cari ai suoi genitori: la “Curinaza”, Via Torricelli 13, la chiesa di San Bartolomeo, la nostra città ed i suoi dintorni. Durante i nostri incontri mi ha raccontato alcuni aneddoti veramente significativi. Mi ha detto che Netta faceva spessissimo la minestra fatta in casa, alla romagnola e, quando la faceva, sul tagliere appariva come un vulcano, da tanta farina che serviva per sfamare tutte quelle bocche; poi chiamava i bambini, gli faceva allargare le braccia e sopra ci stendeva le tagliatelle ad asciugare. Tony mi ha anche raccontato che quando i suoi genitori dovevano dirsi cose particolari riguardo la gestione della famiglia o prendere decisioni importanti, si appartavano e parlavano in dialetto faentino per non farsi capire dai figli. Torniamo a Nelson ed a quegli anni nei quali la famiglia stava crescendo saldamente unita ed informata dai sani principi trasmessi in egual misura da Arthur ed Antonietta.
I figli stavano venendo su sani, buoni, con una gran voglia di lavorare e fare bene, intenzionati per il futuro a formarsi una famiglia solida e coesa come quella nella quale erano vissuti. I costruttivi esempi che avevano visto erano stati una grande scuola. Pur con le comprensibili difficoltà di vario genere, dovute ad un nuovo mondo, nuove persone, nuova lingua da imparare ed abitudini diverse, Netta non ebbe mai sconforto, sempre supportata dall’amore che il marito, provava per lei. Lui, a detta di tutti coloro che lo hanno conosciuto, un uomo davvero speciale ! Frattanto, a Nelson, Arthur divenne il direttore di una importante compagnia di trasporto su gomma, un lavoro che lo accompagnò fino alla pensione. Da parte sua, Netta continuò ad intrattenere rapporti epistolari con Maria Violani, sua collega al Mangelli ed amica del cuore… D’altra parte il cordone ombelicale con Faenza non si poteva certo tagliare del tutto. Fu così che Arthur ed Antonietta, per la prima volta da quel lontano 1946, nel 1982 tornarono a Faenza per una breve vacanza. Ritornarono per l’ultima volta nel 1995; la Maria Violani trovò loro un appartamento in affitto in Piazza Sercognani e lì stettero per 3 mesi, raggiunti a turno da alcuni dei loro 10 figli e quella fu l’occasione per stringere amicizia con alcuni faentini, fra gli altri, Giuliano Bettoli, gli storici Enzo Casadio e Massimo Valli, appassionati ricercatori sui fatti della 2^ Guerra Mondiale.
Durante quel soggiorno, Arthur rilasciò un’intervista a Giuliano Bettoli; ne riporto uno stralcio emblematico: «La guerra, la terribile guerra che mi strappò ragazzo dalla mia Patria, che mi portò via tanti amici fra i più cari, che provocò dolori e rovine senza fine, a me ha dato la fortuna di aver incontrato Netta. E’ minuta mia moglie, è piccolina, ma è lei il vero boss della mia casa. Debbo tutto a lei. E se la mia famiglia è stata ed è così solida, lo è perchè è fondata sulle pietre di Faenza. Faenza è davvero la mia seconda Patria.» E dicendo queste due ultime frasi, battè una mano sulle spalle di Netta. Fecero ritorno a Nelson, da dove Arthur iniziò una proficua ed importantissima collaborazione con Casadio e Valli, nell’ambito delle ricerche storiche sulle truppe neozelandesi in Italia nel periodo dell’ultimo conflitto mondiale, anche perchè tra i reduci di quella guerra e Faenza si era stabilito un solido ed indistruttibile rapporto. Passano 7 anni, durante i quali i rapporti tra i Gladstone e Faenza si fanno sempre più frequenti ed i sentimenti di amicizia con parecchi faentini sempre più profondi, molto per merito della calorosa amabilità di Arthur. Ed arriva la Primavera del 2002. Bettoli, Casadio e Valli hanno la grande pensata di onorare Arthur, il grande, generoso amico, liberatore di Faenza, nonchè innamorato marito della sua Netta, la minuta faentina incontrata alla “Curinaza” 58 anni prima, tra le tragedie di quella dolorosissima guerra.
Propongono di assegnare ad Arthur Gladstone l’onorificenza di Faentino Lontano, sic !!!
Il grande problema è che, tra le norme che regolano l’assegnazione dell’onorificenza, c’è una precisissima ed insormontabile condizione: il candidato deve tassativamente essere nato a Faenza; come fare? Durante la decisiva riunione dell’apposita Commissione, prende la parola Giuliano Bettoli che, con intenso fervore ed argomentazioni inoppugnabili e disarmanti, si produce in un’arringa degna di un Principe del Foro. La Commissione si convince, si adegua ed acconsente ma riconosce la necessità di non rischiare di fare dei permali agli amici neozelandesi Maori, anch’essi valorosi liberatori della Città. Viene stabilito che Faentini Lontani saranno 2: Arthur Gladstone ed il reduce Maori John Waititi, anch’egli grande amico di Faenza e dei faentini. Arthur ha qualche acciacco ed inizia a sentire il peso degli anni, Netta non sta troppo bene, così, nel Giugno del 2002, arrivano a Faenza Francesca e Peter Gladstone, 2 dei 10 figli e sarà Peter a ritirare la pergamena con la preziosa onorificenza; la porterà a Nelson, dove i genitori l’accoglieranno con incontenibile commozione. Il 15 Aprile 2003, purtroppo, muore Antonietta, l’amatissima Netta che Arthur ha onorato ed infinitamente amato fino alla fine, per 59 anni, forse ancora troppo pochi, per un amore reciproco tanto grande quanto incredibile. Almeno ci sono i figli ed un innumerevole stuolo di nipoti e pronipoti vicino al vecchio soldato rimasto solo.
Sull’“Italian Memorial Walk” nel Wakpuaka Cemetery di Nelson, c’è la tomba della nostra Antonietta con l’immagine della Beata Vergine delle Grazie ed una bandierina italiana. Arthur se ne va il 17 Agosto 2011, a 90 anni ma la storia, cominciata il 19 Dicembre 1944, non è finita perchè spesso un qualche figlio di Arthur ed Antonietta viene a Faenza a ripercorrere i luoghi della mamma e quelli che hanno visto nascere quell’amore, grazie al quale loro sono venuti al mondo. Come se non bastasse, con l’avvento dei Social Network, in particolare Facebook, col gruppo di SEI DI FAENZA SE…, io e molti altri faentini siamo quotidianamente in contato con quasi tutti i Gladstone- Dalmonte. La cosa che ogni giorno mi commuove è toccare con mano il legame e la passione con la quale essi seguono le vicende di Faenza, la città della loro mamma, la città liberata dal loro padre. Ogni giorno, in tempo reale, guardano e commentano le vecchie e nuove foto di Faenza che io quotidianamente pubblico, si sentono qui con noi, non solo virtualmente e ce lo fanno sentire con calore e partecipazione.
Non so quante volte ho ripetuto la parola AMORE in questo mio scritto, so solo che per quella meravigliosa parola, per il messaggio che contiene e per il legame che si ਠstabilito con quegli amici così lontani, dobbiamo gridare: «Grazie Arthur, grazie Netta !!!»