Capodanno 1944

Capodanno 1944

Capodanno Villanova di Bagnacavallo (Ra), martedì 3- lunedì 9 gennaio 2023

Era da poco giunta l’alba di mercoledì 13 dicembre 1944, Santa Lucia, un paio di giorni dopo la liberazione, dai nazifascisti, del piccolo borgo di Villanova di Bagnacavallo, nelle campagne ravennati. Le truppe canadesi stavano sistemandosi nelle case di quella località, specialmente nelle abitazioni lungo Via Aguta Superiore, e ciò per riorganizzarsi prima di dare il colpo di grazia alle truppe tedesche, le quali ancora occupavano la vicina Bagnacavallo. Al numero 14 della via, in un’enorme casa colonica, viveva la numerosa famiglia Poletti, retta da Antonio, persona mite e di gran cuore. Alcuni plotoni del Cape Breton e del Lord Strathcona’s Horse Regiment, fanti e carristi, avevano preso alloggio nei dintorni di quella abitazione, dal momento che una parte della stessa di già fungeva da enorme cucina. Fu proprio in questi giorni che Roberto, uno dei più piccoli della covata dei Poletti, entrò in amicizia con “Leo” John Malley, capocarro di uno Sherman con cannone da 105 mm, uno di quei ragazzi, volontari canadesi, sempre pronti a ridere e a scherzare. Roberto, che aveva sei anni, in breve tempo divenne la mascotte della truppa e in particolare fu adottato da John, che spesso lo portava con sé, entro il mezzo, durante i suoi giri di ricognizione. Il Natale, l’ennesimo di guerra, si stava avvicinando e così, nella prospettiva di doverlo festeggiare proprio in quelle terre, si diede inizio ai preparativi. C’era chi puliva e addobbava l’enorme stalla, che era suddivisa in otto spazi per ospitarvi altrettante coppie di mucche o vitelli, quattro per ogni lato, mentre altri ripulivano la loggia, la cascina e le ampie stanze. La casa, in quel momento, ospitava ben novantatré persone, tutti sfollati dalle vicine frazioni di Villa Prati, Masiera e Rossetta, dove ancora si combatteva e una parte del territorio era occupato. I canadesi vollero l’elenco dei nomi di tutti e prepararono un regalo per ciascuno dei presenti. Finalmente si era tornati a mangiare dignitosamente. I cucinieri preparavano il cibo, che veniva diviso poi distribuito fra soldati e civili. Non passava giorno in cui un paio di autocarri non scaricassero casse contenenti pane bianco, che da quelle parti non si vedeva da anni. Antonio, il capofamiglia che aveva acconsentito a ospitare gli sfollati, era molto credente e alla domanda sul come avrebbero fatto a sfamare tutti era solito rispondere: “La pruvideza la s’aiutarà!” (La provvidenza ci aiuterà!) E infatti erano giunti i canadesi. Prima del loro arrivo, nel magazzino della casa, c’erano solamente due grandi botti in legno di rovere, di quelle utilizzate per invecchiarci il vino, una piena di fagioli e l’altra di patate, poi un mezzo sacco di granoturco e del grano. Tutti i giorni, di prima mattina, i presenti macinavano i cereali, in quantità diverse, e aggiungevano acqua, ottenendone un impasto che Primo, zio di Roberto, metteva a cucinare nel forno a legna, che si trovava di fronte alla casa, dove anche i canadesi poi prepararono i pasti per la truppa. Si mangiava quella specie di focaccia a pranzo e a cena, con l’aggiunta di patate e, quando possibile, di una qualche cipolla o di un cavolo, saltati fuori chissà da dove. Si tirava avanti così, nella speranza della liberazione. Con l’arrivo dei ragazzi del Lord Strathcona’s Horse e del Cape Breton tutto migliorò. Il fuoco era sempre acceso e le enormi cucine, anch’esse funzionanti a legna, dovevano essere continuamente alimentate con ciò che si poteva recuperare sul posto, in una campagna e in case di già depredate dalle truppe tedesche in ritirata. Fu così che nei giorni precedenti al Natale John caricò Roberto sul suo carro armato ed insieme si recarono poco distanti dalla prima linea, lungo Via Cocchi, la strada che collega Villanova con Villa Prati, dove da una casa a ridosso del Fosso Vecchio, semidistrutta da colpi di mortaio, prelevarono un enorme trave, in modo da fare legna per le cucine e magari trattenerne una parte, come “Ciocco di Natale”, da mettere ad ardere nel camino fino all’Epifania, in segno di buon auspicio per l’anno a venire. Tornati a casa, ad aspettarli c’erano tutti gli uomini della famiglia Poletti che, subito, si avvicinarono a John e, arrabbiati, gli urlarono in faccia: “Sei matto ad andare con un bambino così vicino alla prima linea!” Infatti da dove si erano recati a fare legna si potevano scorgere, anche ad occhio nudo, i tedeschi - dietro la casa dei Bellingegni - i quali, seppure il freddo, erano intenti a fare il bagno all’aperto entro un enorme mastello, di quelli utilizzati per il mosto durante la vendemmia. John guardò i Poletti e con il candore e la spensieratezza dei suoi ventitré anni disse: “Ah… ma noi andati col carro armato!” Come ribattere? In fondo anche lui aveva le sue ragioni e così tutti si misero a ridere e, scambiandosi pacche sulle spalle, tornarono ciascuno ai propri impegni. Sotto la loggia era stato preparato l’albero di Natale: un olmo campestre, della vicina vigna, saltato in aria nei giorni della liberazione. Ognuno aveva messo qualcosa di suo per addobbarlo e abbellirlo. I bambini più piccoli, usando le carte rosse delle caramelle, le avevano arricciate e legate al centro con dello spago sottile, così da sembrare tante piccole e splendide farfalle. Altri, quelli più grandicelli, con la carta argentata dei pacchetti delle sigarette, quelle portate dai soldati, si erano inventati, con pieghe e contro pieghe, delle figure che sembravano tutte colombe e angioletti, segni di pace… di quella pace della quale c’era tanto bisogno. La Neria, invece, quale azdòra di casa, aveva appeso degli zuccherini a forma di stella o pulcino, questi ultimi un po’ fuori luogo, raccomandandosi, specialmente con i più piccoli, di non guardarli - figuriamoci di mangiarli - e ciò fino almeno alla notte di Natale. C’erano anche dei mandarini, appesi qua e là, e tre o quattro arance. La notte della Vigilia si fece una grande festa e non si pensò alla guerra. Si cantarono motivi natalizi quali Astro del ciel, che faceva il paio con Douce Nuit Sainte Nuit. Una strofa la cantavano i romagnoli e una i ragazzi canadesi. Si ballò nell’enorme stalla: canadesi con italiani, bambini e nonne, madri con padri, da poco rientrati nelle loro case d’origine. Nel frattempo le truppe in linea, di giorno in giorno, guadagnavano terreno e ormai tutte le forze avversarie erano state spinte aldilà del fiume Senio… cioè di quello che diventò la linea del fronte per tutto l’inverno tra il 1944 e il 1945. L’amicizia fra John e Roberto era ormai come la complicità che c’è tra fratelli, seppur, fra loro, con molti anni di differenza. Per la notte di Capodanno venne incaricato John - ormai benvoluto in tutta la zona - di andare a prendere un qualcuno che, suonatore, potesse movimentare anche quella festa. In paese c’erano molti che, con questo o quello strumento, allietavano le serate nelle osterie o durante i veglioni, e ciò in cambio di buon vino e cibo. La scelta ricadde su un certo Buldoz (Bartolo Balducci), il quale abitava in Via Cocchi, fra gli incroci di Via Aguta e Via Superiore. Naturalmente John si spostava col suo carro armato. Caricato Roberto sulla torretta e armatosi di un’enorme borsa in typha piena di sigarette, arrivarono da Buldoz. Vedere un carro armato nel proprio cortile non credo potesse dare molta gioia, anzi, il povero Bartolo se la fece quasi sotto per la paura. Ci pensò Roberto a rassicurarlo: Stasì tranquel! J è canadis, j è bona zent! I vô, ch’a suniva sta nöt par la fësta dl’ùltum dl’âñ!” (State tranquillo! Sono canadesi, sono buona gente! Vogliono che suoniate stanotte per la festa dell’ultimo dell’anno). Nello stesso momento John aveva preso fra le mani la borsa piena di sigarette e gliene mostrava il contenuto, aprendola dai manici. Le due cose messe assieme, aggiunte alla voglia di poter, anche se per poco, tornare alla spensieratezza di un tempo, convinsero il musicista. Caricato il suonatore, facendo manovra per uscire dal cancello l’enorme cannone urtò un angolo della casa; il muro franò immediatamente, facendo sbiancare Bartolo, che quasi svenne; comunque fu ancora una volta il piccolo della spedizione a rincuorarlo: “Stasì tranquel! I canadis, j è pî d’baioch e i v’arpêga ignaquël!” (State tranquillo! I canadesi sono pieni di soldi e vi ripagano tutto!) Fatto sta che all’improvviso e quale aggiunta Bartolo si ritrovò anche la cucina e la camera da letto completamente sventrate. Buldoz suonava la fisarmonica e componeva, insieme a Bert e Garson, il trio di musicisti più richiesti. La notte scivolò via veloce sulle note di cante popolari romagnole, di tresconi e saltarelli, con l’accenno di qualche pezzo che Buldoz cercava di interpretare, dopo che questo o quel soldato gli aveva canticchiato o fischiettato il motivo, alla bene e meglio, in un orecchio. I canadesi erano dei burloni e non degli “ingessati” come gli inglesi, i quali giunsero nei mesi a seguire. Così, nel bel mezzo della notte, d’accordo con il loro comandante, anch’esso presente alla baldoria, decisero di fare gli auguri, alla loro maniera, ai tedeschi. Caricarono i cannoni dei loro carri armati e spararono un colpo a testa verso Alfonsine, gridando: “Bonne année!” A John, capocarro dell’unico mezzo con un cannone da 105 mm, il comandante aveva espressamente vietato di sparare, per non fare a pezzi tutti i vetri della casa. Naturalmente John, che non voleva essere da meno degli altri suoi compagni, diede un’occhiata complice al suo amico pilota e fingendo di avere un bisogno corporale si infilò per la piccola porta che dalla stalla portava sul retro della casa, accanto alla buca del letame, dove era solito lasciare il suo mezzo e, con fare furbo, lo fece mettere in moto. Nessuno, se non i più piccoli, si accorsero di quella mossa. Il carro imboccò la carraia, quella che dalla casa, correndo parallelamente a Via Cocchi, ancora porta fino al confine con la terra dei Contessi, e là si fermò. Di certo John pensò che a quella distanza dei danni non ne avrebbe fatto. Caricò l’enorme cannone e … bum! Sparò un’unica salve! Il carro armato, per il contraccolpo, si spostò all’indietro, facendoli scoppiare in una fragorosa risata, come quando alle feste patronali ci si diverte sulle giostre. Neanche a dirlo, tornati a casa, trovarono tutti lì, in silenzio e a braccia conserte, ad aspettarli. Qualcuno, per la paura, aveva anche smaltito la sbornia. Tutti i vetri della casa, in particolare quelli delle finestre verso la carraia, si erano rotti in mille pezzi. I presenti lo guardavano in silenzio - lui era in piedi, in mezzo alla stalla, coi bambini tutti attorno; al che si fece avanti il più alto in grado, che tratteneva il riso a fatica, e iniziò a dare a John quella che, ai festaioli, sembrò una sonora lavata di testa, poi tornarono a darci dentro ancora più rumorosamente di prima. Nei giorni successivi, dal 3 al 7 gennaio, i tedeschi contrattaccarono in forze e in alcuni punti oltrepassarono le linee degli Alleati, dando aspra battaglia vicino alla chiesa delle Abbadesse, poi sulla doppia curva della Via Chiara, nei pressi del mulino Quercioli, e a Conventello, lungo via Basilica. Fu in quei giorni che John donò la sua giovane vita per la libertà di noi, che oggi ne scriviamo, ricordandolo. Lo vide anche il piccolo Roberto, disteso sul terreno, composto, come stesse dormendo, con il sorriso di sempre sulla bocca; era accanto ad altri, fra l’antico pozzo e quella loggia che li aveva visti felici a Natale e a Capodanno.